C’ERA TANTA GENTE, NON POTEVA ACCADERMI NULLA. INVECE SONO MORTO! Le strategie da mettere in atto in caso di emergenza e pericolo

New York. Un caso di omicidio come tanti: una giovane donna viene aggredita e uccisa nella strada di casa mentre è di ritorno, a tarda notte, dal lavoro.

La storia sarebbe finita lì se non fosse che il delitto non è stato nè silenzioso nè rapido, bensì tormentato, rumoroso e soprattutto pubblico. L’aggressore ha assalito e colpito la donna 3 volte in mezz’ora, prima di ridurla al silenzio e 38 vicini di casa hanno assistito alla scena dalle finestre delle proprie abitazioni senza far nulla, tanto meno chiamare la polizia.

OMERTA’, PAURA O INDIFFERENZA?

Perché nessuno dei trentotto spettatori si è preoccupato di intervenire per aiutare la ragazza?

Diverse sono state le ipotesi formulate, ma nessuna è sembrata coerente con la situazione. Fino a che due psicologi sociali Latané e Darley hanno trovato la soluzione: “nessuno era intervenuto non, come era stato detto, benchè ci fossero 38 testimoni oculari, ma proprio per questa ragione, perchè c’era tanta gente a guardare”.

Bizzarra conclusione? Non direi proprio…

Due sono le ragioni per cui chi assiste a casi di emergenza difficilmente interviene se ci sono altre persone. La prima è facilmente deducibile: la responsabilità personale di ciascuno si diluisce e mentre ognuno pensa che sia già intervenuto o stia per intervenire qualcun altro, non fa nulla. La seconda è psicologicamente più complessa e fondata sul principio di riprova sociale: l’emergenza spesso non è così evidente, la persona sdraiata a terra ha avuto un malore o è un ubriaco che dorme? I colpi che si sentono sono spari reali o tubi di scappamento? Le urla che arrivano dalla casa accanto sono conseguenti a una aggressione o a un litigio fra coniugi? Cosa sta succedendo?

“In momenti di incertezza la tendenza naturale è guardarsi intorno per capire come si comportano gli altri e dagli altri capire se è un’emergenza o no – spiega lo psicologo Robert Cialdini -. Quello che però si dimentica è che anche tutti gli altri che osservano l’evento sono in cerca della stessa riprova sociale. E siccome in pubblico a tutti piace apparire tranquilli ci limiteremo a brevi occhiate con la conseguenza che ognuno vedrà che nessuno degli altri si scompone e non interpreterà l’episodio come un caso di emergenza”.

L’idea quindi di essere al sicuro nella folla è del tutto errata: la probabilità di ricevere un soccorso tempestivo è migliore quando è presente un unico spettatore. Ma…

PERCHE’ E’ IMPORTANTE AVERE PAURA?

Prima di proseguire oltre e capire quali comportamenti è meglio adottare per mettersi al sicuro in situazioni come questa, non possiamo non soffermarci su un’emozione tanto antipatica quanto necessaria: la paura.

Quella che si manifesta in situazioni di emergenza e di incertezza.

Quella che ha provato la povera vittima e quella che hanno rifiutato di provare i 38 spettatori, preferendo credere che fosse tutt’altro che un atto di violenza quello che si stava consumando nel giardino di casa, dove tutti i giorni i loro figli, famigliari e amici passano per andare a scuola, al lavoro o anche solo per portare a spasso il cane.

Alle origini, il ruolo della paura era più importante di quanto lo è oggi: stretti nelle grotte, nel buio della notte e con il lieve lucore del fuoco, il pericolo era in agguato in ogni angolo e in caso di bisogno il corpo del primitivo doveva reagire prima della sua mente. Era questione di vita o di morte, di essere azzannati da un predatore sbucato dal nulla o di sfuggirgli, oppure anche semplicemente capire se il tuono di un temporale non portava niente di buono e fosse quindi meglio mettersi al riparo o meno.

Però per conoscere meglio il ruolo che ha questa emozione così poco addomesticabile, dobbiamo considerarla dalla prospettiva contraria: cosa accadrebbe se non avessimo paura.

NON AVERE PAURA, MI RENDE PIU’ FORTE?

Aveva 10 anni, Mary, quando si ammalò: alcune parti del suo corpo, compresa l’amigdala, si calcificarono prima di distruggersi. Il suo comportamento cambiò drasticamente, come quella sera che si ritrovò a camminare in una strada deserta che costeggiava un parco immerso nel buio.

All’improvviso l’attenzione della bambina venne attirata da un uomo, seduto su una panchina, con addosso abiti sporchi e atteggiamenti poco rassicuranti. Mary gli si avvicinò e in un attimo si ritrovò con un coltello puntato alla gola e la minaccia di venir ammazzata. Non mostrò timore, anzi rispose all’aggressore: “Sappi che se stai per uccidermi, dovrai vedertela prima con gli angeli del Signore”. La reazione fu così sconcertante che l’uomo lasciò andare la bambina.

A questo punto l’equipe del neuropsicologo Feinstein, da cui la bambina era in cura, decise di approfittare di Halloween, per portare Mary al Waverly Hills Santorium, nel Kentucky, un vecchio ospedale abbandonato. La struttura si trasforma ogni anno in una casa del terrore progettata con uno spaventoso realismo, e con una cura dei dettagli senza paragoni. Mentre il gruppo di scienziati arrancava nel panico, Mary si lanciava nei corridoi bui del sanatorio, incurante di ragni, serpenti e di tutte quelle cose che ai bimbi procurano incubi e terrore.

La malattia genetica di cui è affetta Mary la priva della capacità di avere paura. Eppure provare paura è vitale. Non provassimo quella fastidiosa e talvolta terrorizzante sensazione, non saremmo sopravvissuti nel corso dell’evoluzione. La paura è la reazione emotiva che si prova davanti a un pericolo, un attacco o una minaccia. Responsabile delle reazioni legate alla paura, alla gestione della rabbia e al riconoscimento dei pericoli è l’amigdala, una piccola parte del cervello a forma di mandorla (a cui deve il nome), situata sotto la corteccia del lobo temporale.

La paura è una emozione e come ogni emozione ha la funzione di valutare costantemente quello che ci accade intorno, permettendoci di reagire nel modo più opportuno; in qualunque situazione di confronto, il sistema emotivo calibra il nostro atteggiamento in rapporto al flusso di dati in arrivo e insieme regola il corpo preparandoci all’azione.

LA CONVINZIONE ERRATA DI ESSERE AL SICURO NELLA FOLLA

Ora che sappiamo che la paura può davvero salvarci la vita, riguardiamo il tragico fatto di cronaca avvenuto a New York, questa volta dalla parte dello spettatore.

L’assunto a cui sono arrivati i ricercatori è che l’idea di essere al sicuro nella folla è del tutto errata: la probabilità di ricevere un soccorso tempestivo sono migliori quando è presente un unico spettatore.

Per giungere a questa conclusione Darley e Latané hanno inscenato casi di emergenza sotto gli occhi, ignari, di spettatori isolati o in gruppo. In un caso uno studente fingeva una crisi epilettica: dei passanti isolati, l’85% interveniva a dargli soccorso, contro il 31 per cento se erano presenti cinque persone.

Come scritto in apertura, è difficile attribuire all’apatia o all’indifferenza quel comportamento: la spiegazione va cercata altrove.

In un altro esperimento veniva fatto filtrare del fumo da sotto una porta: dei passanti isolati, il 75% dava l’allarme, contro il 38% se i testimoni erano tre, il 10% se nel gruppo di tre c’erano due complici del ricercatore che passavano facendo finta di niente.

La situazione cambia quando invece i presenti non sanno con certezza cosa stia succedendo. In questo caso la vittima ha più probabilità di ricevere aiuti e soccorsi anche da un gruppo.

COME AGIRE IN CASO DI NECESSITA’

Conoscere come reagisce un gruppo di persone, può salvarci la vita. Se la giovane vittima di New York avesse saputo che i coinquilini non sarebbero intervenuti non per crudeltà, ma per incertezza (non sapendo se fosse davvero il caso di intervenire e a chi toccasse), le avrebbe permesso di mettere in atto azioni ben diverse.

Immagina di essere andato a fare una corsetta a sera tarda, per approfittare del fresco, ad un tratto senti un dolore che si irradia al braccio sinistro e al petto. Ti siedi su una panchina per darti il tempo di riprendere fiato, mentre gruppetti di persone ti passano davanti senza vederti. Senti che qualcosa non va, pensi a un infarto o a qualche disturbo poco simpatico. Le persone continuano a passeggiare incuranti e i pochi che possono aver notato qualcosa di strano in te, osservano gli altri in cerca di una riprova sociale, ma vedendo che nessuno fa nulla, proseguono nella loro passeggiata certi che tutto vada bene.

Cosa è utile fare per attirare l’attenzione dei passanti e ricevere soccorso?

  1. Non perdere tempo. Se il problema di salute è grave, non si può correre il rischio di perdere conoscenza prima di chiedere aiuto.
  2. Non urlare o gridare. Possono, questi atti, richiamare l’attenzione ma non sono sufficienti a far capire agli astanti che si tratti di una vera emergenza. Potrebbe essere il gesto di un uomo sudato e un po’ folle in cerca di attenzione…
  3. Dì con chiarezza “aiuto” e il tipo di bisogno di aiuto di cui hai bisogno. “Aiuto, ho bisogno di un medico”. La parola “aiuto” da sola, non basta. Occorre specificare il tipo di aiuto di cui si necessita o non verrà preso in considerazione se gli avventori sono intenti a fare altro o se avessero paura.
  4. Individua una persona fra la folla e dagli un ordine: “Lei, signore, con la giacca rossa, chiami un’ambulanza”. In questo modo, metterai quella persona nel ruolo di “soccorritore”, e lui saprà che c’è una emergenza e che tocca a lui fare qualcosa. Non ad altri, proprio a lui. Tutti gli esperimenti condotti indicano che il risultato di una richiesta formulata in questo modo attiverà un’assistenza efficace.

La strategia migliore è quella di ridurre le incertezze degli spettatori, formulando una richiesta precisa, rivolta a una singola persona individuata nel gruppo. Insomma, occorre assegnare il compito di attivare i soccorsi a una persona specifica, altrimenti il pensiero di gruppo sarà quello di credere che altri debbano mettersi in moto, o stiano per farlo o lo abbiano già fatto. Mentre tu agonizzante, potresti perdere minuti preziosi.

Agire in questo modo, fa sì che l’aiuto si faccia contagioso. Vedendo che una persona si attiva per chiamare l’ambulanza, tutte le altre si fermeranno per dare il loro aiuto. Così facendo non solo avrete risolto una situazione che si poteva fare pericolosa, ma avrete fatto in modo di far lavorare a vostro vantaggio il principio della riprova sociale.

FRAGILI E AGGRESSIVI. ECCO CHI SONO GLI ADOLESCENTI IN BRANCO. Come riconoscerli per difenderci e aiutarli

“Doveva essere una serata normale, poi i ragazzi hanno iniziato a bere alcolici e fumare marijuana, quando abbiamo rifiutato di fare altrettanto, ci hanno picchiato”.

“Quel clochard lo abbiamo colpito, per noia e per gioco, con spranghe e martelli. E poi siamo andati via”.

“C’è chi dice siano sei, chi dieci. Sono ferocissimi. Tra loro anche alcune ragazze. Compiono furti, dettano legge, e aggrediscono chiunque trovino sulla loro strada. Senza motivo hanno massacrato di botte un ventenne mentre camminava in centro per i fatti suoi”.

Ordinari episodi di violenza collettiva: il volto spaventoso e folle del branco. Un intreccio di persone, per lo più adolescenti fra i 7 e i 14 anni, che hanno forte lo scopo di sentirsi onnipotenti, cancellare la debolezza individuale, la confusione del futuro e l’angoscia di sentirsi nullità.

Il branco è proprio questo, un agglomerato di energia e forza incontrollabile che devasta e sfida senza un minimo di paura. E in cui è forte il bisogno di emulare ciò che fanno gli altri e dove la responsabilità delle azioni brutali si diluisce fra i membri portandoli ad autogiustificarsi.

IL CONTESTO

È piuttosto facile pensare che la microcriminalità trovi terreno fertile nei contesti degradati, in cui sussistono condizioni critiche a livello economico e familiare. In realtà una percentuale piuttosto alta di fenomeni di criminalità minorile afferisce a contesti in cui l’estrazione sociale è medio-alta. Si tratta spesso di adolescenti incensurati, con alle spalle famiglie benestanti, che vivono annoiati nel benessere e che scelgono il gruppo per innalzare ulteriormente il proprio status.

COME CAMBIA IL COMPORTAMENTO NEL BRANCO

Quando gli individui si muovono in gruppo l’intelligenza media è pari a quella del meno intelligente, non a caso reagiscono e agiscono principalmente basandosi sulla forza fisica e non sull’abilità intellettiva.

Molte sono le ricerche fatte allo scopo di analizzare la psicologia del branco, fra questi l’esperimento carcerario condotto da Philip Zimbardo, che ha preso alcuni volontari e li ha trasformati in guardie o carcerati, giungendo a spingere i primi a sottoporre a torture i secondi alla luce della loro immedesimazione nei ruoli loro assegnati; i primi sono diventati violenti ed aggressivi, i secondi remissivi e impotenti.

I partecipanti erano stati selezionati perché ritenuti equilibrati, maturi e privi di un passato criminale. Nonostante questa selezione accurata, Zimbardo fu costretto a interrompere l’esperimento dopo solo sei giorni perché le guardie erano diventate violente, sadiche e vessatorie nei confronti dei prigionieri. Questi, umiliati, dimostrarono sintomi di apatia e disgregazione individuale e collettiva.

Il risultato dell’esperimento fu definito “effetto Lucifero” perché ha dimostrato come persone essenzialmente buone, possano trasformarsi in mostri capaci di atti disumani. Questo suggerisce che la malvagità non deriva solo da chi siamo, ma viene anche determinata dalla situazione specifica in cui ci troviamo.

Una delle condizioni che si verifica è la perdita dell’identità individuale a vantaggio di quella di gruppo: ogni volta che nella mente di una persona l’appartenenza a un branco è predominante, non agisce più come singolo con una propria consapevolezza e diventa incapace di riflettere sulle proprie azioni. Il gruppo dà la sensazione di anonimato e riduce il senso di responsabilità.

IL BRANCO HA BISOGNO DI UN CAPO

L’impatto che il ruolo di direttore del carcere ricoperto dallo stesso Zimbardo, ha avuto sull’esperimento, non è affatto trascurabile. La sua autorità ha aiutato a legittimare il comportamento vessatorio delle guardie. L’autorità, se visto come fattore legittimante, può far emergere il lato peggiore nelle persone come dimostrò il professore di Yale e Harvard Stanley Milgram, nei suoi esperimenti sull’obbedienza, nel quale un’autorità, nel caso specifico uno scienziato, ordinava di dare delle scosse elettriche a un’altra persona fino a un voltaggio potenzialmente letale. Più del 60% dei partecipanti, anche se dimostrarono sintomi di tensione e protestarono verbalmente, diedero la scossa più forte.

La caratteristica fondamentale del branco è la necessità di avere un capo. Il branco “è’ un gregge che non può fare a meno di un padrone – sosteneva l’antropologo Gustave Le Bon -. Rari però sono i capi dotati di forti convinzioni, la maggior parte mira all’interesse personale e cerca il consenso lusingando i bassi istinti”. Dal canto loro, ogni componente del branco cerca di venir legittimato per sentirsi parte di qualcosa di più grande, un’identità che da solo non sa riconoscersi o che non gli viene riconosciuta dall’esterno.

LE RESPONSABILITA’ DEL BRANCO

Fino a qualche anno fa, grazie agli studi di Milgram e Zimbardo, si pensava che una volta inserito in un ruolo, in una determinata situazione, in un dato gruppo di appartenenza, un individuo tendesse a seguire passivamente gli ordini impartiti o le regole del gruppo, perdendo ogni consapevolezza di sé.

Più recentemente lo stesso esperimento carcerario, è stato riproposto e questa volta i ricercatori sono arrivati alla conclusione che chi ubbidisce a un ordine odioso non è una marionetta inconsapevole, bensì un esecutore attivo e partecipe di un gesto che, in quel momento, considera perfettamente appropriato. “Le brave persone che prendono parte a azioni orribili – spiega Alex Haslam, autore dello studio – non lo fanno perché sono diventate d’un tratto passive e prive di raziocinio, ma perché sono giunte a credere, solitamente influenzate in questo da chi detiene il potere, che quell’atto è giusto”.

Esiste insomma un fattore “entusiasmo” di cui Milgram e Zimbardo non sembravano tenere conto. “La tirannia non si fonda sull’ignoranza e sulla debolezza dei suoi sostenitori, ma sulla loro convinzione di agire per una grande causa”.

TEORIE E MOTIVAZIONI

Esistono varie teorie che tentano di identificare le cause dello sviluppo del fenomeno. C’è chi sostiene che parte della colpa sia imputabile alle serie tv incentrate su spaccati di vita disagiati, disastrati e degradati. In alcuni casi la tendenza ad adottare condotte anti-sociali è associata alla psiche dei soggetti, in frustrazioni non controllate che portano a scaricare l’aggressività su persone più deboli. E chi ritiene che la responsabilità sia da ricercare in contesti familiari problematici, nell’ambito dei quali sussistono divorzi, separazioni difficili e talvolta anche perdite.
Al contrario anche una famiglia troppo protettiva e accondiscendente può far nascere nel ragazzo il forte desiderio di ribellarsi. Insomma non esiste un’unica motivazione e ogni singola teoria può risultare più o meno accreditata a seconda dei contesti e delle situazioni.

TRE RAGIONI CHE SPINGONO UN ADOLESCENTE A FAR PARTE DI UN BRANCO

I ragazzi sono spinti in gruppo da un forte desiderio di anticonformismo, sulla base del quale tendono ad andare contro tutto ciò che impone delle regole da seguire. L’opposto di ciò che hanno il coraggio di fare individualmente. La criticità è spesso insita in un’educazione carente, povera di regole da rispettare, o addirittura in una totale assenza di orientamento socio-educativo da parte dei genitori.

Nello specifico nel gruppo gli adolescenti cercano:

  • acquisire un’identità: in questa fase il ragazzo inizia a sviluppare la personalità, se non ha esempi o guide credibili, decide di seguire il capo branco, che è visto dal gruppo dei pari come uno che è “rispettato”
  • appartenere ad un gruppo che spaventa e che “conta”: incutere timore significa essere rispettati, sono le leggi della strada; non avendo ancora acquisito quella sicurezza interiore che permette di sviluppare la fiducia in se stessi, questi giovani si sentono protetti dal branco
  • avere potere: esercitare una sorta di dominio nel gruppo dei pari, dà loro una sorta di onnipotenza e invincibilità fittizia, che nell’immediato però, li fa sentire appagati

COSA POSSIAMO FARE NOI ADULTI?

Più di quanto crediamo:

A) EDUCARE AL SENSO DI RESPONSABILITA’

Analfabeti emotivi, trovano in azioni scellerate adrenalina pura e non essendo stati educati al senso di responsabilità, al rispetto per gli altri e per le autorità, diventano delle schegge impazzite.

Noi adulti abbiamo il dovere di dare l’esempio e dimostrare loro che non è solo importante diventare ricchi, potenti e famosi. Importante è appassionarsi a qualche cosa (sport, musica, arte, studio) e impegnarsi al massimo. Non bisogna intraprendere un’attività solamente perché può portare denaro, potere e fama; il piacere va trovato nella pratica stessa.

Dobbiamo trasmettere loro che non si è più furbi se si ottengono risultati imbrogliando o prevaricando. I risultati devono essere raggiunti attraverso la passione, l’impegno, la determinazione e la competenza.

L’individualismo patologico e la competizione sfrenata, dove vale tutto basta vincere a qualsiasi prezzo, non vanno d’accordo con la collaborazione. Se la nostra specie è sopravvissuta fino ad oggi, non è dovuto al fatto che l’essere umano fosse più forte degli altri animali, ma perché ha reso forte il gruppo.

 B) PROMUOVERE LA PRATICA DI SPORT DI GRUPPO

Gli sport di lotta, fra cui anche il rugby, soprattutto in età pre-adolescenziale dovrebbero essere discipline praticate obbligatoriamente nelle scuole primarie, soprattutto per i valori che trasmettono. Disciplina, rispetto per l’avversario, spirito di squadra, cooperazione, collaborazione, faticare e sudare per un obiettivo, resistere alle cadute e alle sconfitte, imparare a gestire la paura utilizzandola come una risorsa, controllare la rabbia, assumersi la piena responsabilità delle azioni e dei comportamenti “dentro e fuori” dalla palestra.

Ma soprattutto, questi sport insegnano che la fatica fatta in allenamento, non è finalizzata all’acquisizione di denaro né alla popolarità, ma alla pura soddisfazione personale, impagabile e fondamentale per aumentare l’autostima nei ragazzi e la fiducia nei compagni di squadra.

 C) DARE IL BUON ESEMPIO

Sì alla potenza, no alla prepotenza. Un antidoto alla violenza è l’esempio dei genitori: noi adulti dobbiamo testimoniare nella vita di tutti i giorni come si reagisce e come si comunica in modo potente, efficace, ma non prepotente. Occorre insegnare ai ragazzi che gli abusi quotidiani possono essere gestiti in modo maturo: può capitare in macchina, con un parcheggio soffiato all’ultimo, un sorpasso azzardato… Sappiamo noi per primi reagire in modo misurato?

 

Tre stereotipi di scardinare sulla sicurezza

Come anticipato nella prima puntata di questa rubrica, sentiamo sempre più spesso parlare di risk management quale attività legata al comparto finanziario e assicurativo piuttosto che al mondo del- la tutela aziendale, a tutt’oggi ancora legato a un concetto linguistico di “sicurezza” anziché di “rischio”.

Parto proprio da questa affermazione per scardinare tre stereotipati concetti di cui voglio parlare in questo numero e che, invece di costruire e/o ripristinare, minano la salute d’azienda e, volendo estendere in senso più ampio, la salute di qualunque nucleo: familiare, scolastico, confessionale o altri.

Il primo cardine poggia, di fatto, su un errore linguistico che il comparto tutela privata ha oramai metabolizzato negli anni e che vede le aziende concentrarsi, eccezion fatta per il comparto safety, su quanto semanticamente richiamato dal concetto di “sicurezza”, a discapito del più avveduto, completo e funzionale concetto di “tutela”.

Ciò lo si riscontra nel continuo utilizzo del termine “sicurezza” quale attributo di un servizio, di un ufficio, di un compito, di un operatore; si sente infatti troppo spesso parlare di agenzia, servizio o operatore di sicurezza, di fatto andando a creare confusione fra l’obiettivo e il risultato.

Di fatti la “sicurezza” è da intendersi quale risultato di un’azione più ampia e strutturata che mira a ottenerla e che definiamo con il termine “tutela”. La sicurezza, peraltro da distinguersi fra percepita e reale, è uno stato assunto non necessariamente reale, appunto quale risultato di quanto messo in atto dal complesso di persone, tecnologie, regole, attrezzature e mezzi mirati a ottenerla, che definiamo “dispositivo di tutela”. Ed è proprio nell’azione di tutela che trova spazio e fa la sua comparsa il concetto di rischio, quale secondo cardine, anch’esso basato sull’errata interpretazione linguistica che lo vede legato esclusivamente a un concetto di pericolo.

Il rischio va infatti inteso come la possibilità o probabilità che si veri chi un risultato inatteso, risultato che non necessariamente è legato alla catastrofe, al pericolo, alla minaccia quanto piuttosto al concetto di “danno” inteso come la diminuzione, volontaria o meno, di e cacia, valore, importanza o consistenza di uno o più parti del patrimonio aziendale.

Il risk management è da intendersi quindi come l’attività mirata all’individuazione preventiva e costante di quelli che sono i rischi, ossia le probabilità, che si possano manifestare, a fronte di scelte aziendali volontarie o per cause fortuite e accidentali, delle dinamiche o degli eventi che possano provocare un danno al patrimonio aziendale.

Qui mi soffermo sul terzo e ultimo cardine, forse il più importante da abbattere, incentrato nella miope visione del patrimonio aziendale quale elemento composto esclusivamente da “cose materiali” come le merci, le attrezzature, gli automezzi e quant’altro. Lo stesso è invece da intendersi, come ci ricorda la sempre verde IV direttiva CEE in materia di bilancio, nelle cosiddette immobilizzazioni dello stato patrimoniale dove trovano spazio non solo quelle materiali, parzialmente sopracitate a titolo di esempio, ma anche e non da meno quelle immateriali e finanziarie, costituite dal valore del brand, dall’avviamento commerciale, dai capitali.

Oltre a questo va inglobato nel patrimonio aziendale un dato che troppo spesso sfugge agli addetti ai lavori costituto dall’organico in forza di un’azienda, ossia dai suoi lavora- tori di qualunque ruolo e li- vello gerarchico e funzionale. Il lavoratore è parte integrante del patrimonio aziendale, non da intendersi come mero numero ma come elemento che, se a suo agio o sapientemente motivato, può sviluppare quel senso di appartenenza all’azienda, quel senso di aggregazione al team tale da incidere positivamente le sopracitate immobilizzazioni.

Ed ecco che quando si parla di risk management bisogna tener presente il paziente azienda nella sua totalità. Non si può, come ci insegna l’attuale medicina avveduta, pensare di studiare un solo organo per guarire il corpo ma bisogna vederlo come parte di un sistema complesso e, come tale, l’analisi va condotta su tutti gli organi, anche quelli che apparentemente non stanno avendo sintomi di disfunzione.

Difendere il patrimonio di un’azienda

Il mondo aziendale, da sempre alla ricerca della miglior tutela del patrimonio delle società, ha visto negli anni una costante professionalizzazione degli specialisti di questo settore. Un’esigenza dettata sia dal dettato normativo in continua evoluzione, sia dalla necessità di far fronte alla metamorfosi sociale che vede protagonisti il lavoratore da una parte e il cliente dall’altra.

Così, se anche nel recente passato la sicurezza era appannaggio della proprietà e di una cerchia di collaboratori di fiducia, negli ultimi tempi il dettato normativo – in materia di leggi di pubblica sicurezza, sicurezza sui luoghi di lavoro e privacy – così come spontaneamente il mercato del lavoro, hanno dato impulso alla nascita di nuove figure professionali: il security manager, il responsabile della sicurezza sui luoghi di lavoro (meglio noto come R.S.P.P, ovvero responsabile del servizio di prevenzione e protezione), il medico competente, l’ufficio Audit e, più di recente, il data protection officer e il manager della cyber security.

Tali ruoli professionali rappresentano una risposta a fenomeni criminosi e non, endogeni o esogeni, che colpiscono l’azienda su più fronti producendo impatti sul patrimonio aziendale tali, in alcuni casi, da mettere in discussione la “salute d’impresa”. Si tratta di figure nate dalla volontà di intercettare potenziali rischi e dinamiche prima che questi si abbattano sull’azienda.

Questa dinamica empirica costituisce però il primo errore per chiunque difenda o protegga qualcuno o qualcosa. Prima di qualunque attacco o difesa la dottrina militare, le arti marziali, le discipline sportive e le norme danno peso anzi- tutto allo studio preventivo dell’avversario, del campo di gioco o battaglia, delle dinamiche peculiari e, solo alla luce di queste informa- zioni, elaborano una strategia per vincere.

Una maggior tutela presuppone la conoscenza e l’analisi del contesto azienda nella sua complessità. E per quanto sia corretto che, per estensione, complessità, volumi tematici, ci siano specifici ruoli a tutela di singole branche del patrimonio, vi è in parallelo la necessità di studiare il “paziente” nella sua totalità.

Così come l’Organizza- zione Mondiale della Sanità definisce la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale, sociale e non semplicemente come l’assenza di uno stato di malattia o di infermità, anche in azienda occorre analizzare il patrimonio in modo sistemico e globale e senz’altro in via preventiva, piuttosto che a darsi a posteriori agli specialisti del “danno” e della cura, sovente rappresentati dai ruoli sopra esposti.

Per poter far ciò occorre immaginare e prevedere nell’organigramma aziendale il risk manager, sganciandosi dallo stereotipato specialista finanziario o assicurativo cui tale termine è ancorato. La differenza tra queste due figure professionali è sostanziale. Il risk manager, infatti, possiede una conoscenza trasversa- le di un’azienda, è capace di raccogliere e analizzare dati e, successivamente, di individuare i rischi potenziali (attività definita “risk assestment”) per poi predisporre un piano per la gestione del rischio in base al quale potrà scegliere fra le uniche possibili soluzioni: l’abbattimento, il contenimento o l’accettazione del rischio.

Concludendo, il risk management è dunque l’attività preludio di una buona gestione della tutela aziendale. Un’attività che, in funzione dell’ambito in cui l’azienda opera, è capace di valutare la decisione più giusta da prendere e non solo in rapporto alla probabilità o meno che si manifesti un risultato inatteso (il rischio, per l’appunto) ma anche della cosiddetta vulnerabilità ed esposizione rispetto a esso. Da questa attività dipende la capacità di un sito o di un soggetto di contrastare l’evento a rischio e, non da meno, di valutare l’impatto in mate- ria di vite umane e/o economico che il manifestarsi di quell’evento a rischio può comportare.

Solo dopo un’attenta attività di risk assestment avrà allora senso disporre i piani operativi di sicurezza dei vari comparti aziendali su cui possono incombere dei rischi, di norma classificabili in: safety, security, cyber e finance. Piani che un buon risk manager condividerà prima e demanderà poi ai sopra citati specialisti, avendo cura che risultino ecologici per i destinatari della protezione, fra lavoratori e clienti. Os- sia senza che quest’ultimi possano percepire di esse- re esposti, vulnerabili o, peggio ancora, sospettati.

 

Di Diego Coco

Un’informazione nuova per fare la differenza

Riskio Zero è un nuovo progetto editoriale che si pone due obiettivi fondamentali: fornire risposte certe alla sempre più attuale necessità di stare al passo con la continua metamorfosi sociale, e ricevere aggiornamenti non solo sui rischi e le minacce che incombono sulla società odierna ma anche sulle strategie, gli approcci e le tecnologie a difesa del bene collettivo.

Ispirato al principio di sicurezza partecipata quale elemento indispensabile al fine di una maggior protezione sociale, e in coerenza con l’evoluzione normativa e lo scenario internazionale e comunitario, Riskio Zero vuole essere il ponte che unisce il comparto della sicurezza pubblica e privata, alleati, seppur con quali che e ruoli diversi, nella difesa del bene comune.

La rivista intende essere, altresì, il veicolo di promozione e diffusione della cultura della sicurezza, quale bisogno ancestrale dell’essere umano, necessario per una vita in cui le più ampie libertà umane possano essere garantite. Promozione della sicurezza che ha tra i primari scopi quello di permettere l’accrescimento del rapporto Stato-cittadino, e di costituire il luogo d’incontro dove possano nascere un pacifico scambio informativo e dibattito fra i vari attori della nutrita comunità scientifica e accademica, a testimonianza delle potenzialità, delle capacità e delle competenze messe in campo sia in termini di previsione e prevenzione che di intervento e risultati conseguiti.

Riskio Zero vuole essere una guida che permetta al lettore di eludere il bombardamento mediatico che subisce ogni giorno, orientarsi tra le notizie di pericoli, insidie, rischi e minacce, superare così le percezioni di vulnerabilità, esposizione o fragilità che inevitabilmente pregiudicano o influenzano le sue scelte di vita quotidiana.

Nell’iniziare questo percorso, ci auguriamo di camminare insieme con chi, come noi, considera la sicurezza sociale un baluardo da difendere per vivere una vita in cui i più ampi valori sociali siano garantiti, in modo da proteggere i nostri figli e lasciare un mondo più sicuro di come lo abbiamo trovato. Invito tutti i lettori a partecipare attivamente a questo progetto con suggerimenti, proposte di focus o richieste che la nostra redazione valuterà con cura e far sì che i più autorevoli esperti del settore, invitati in ogni numero a dare il proprio contributo, possano fornire le risposte che cercate. Ringrazio tutti coloro i quali hanno dato il proprio contributo alla realizzazione del progetto editoriale e quelli che, quotidianamente, condivideranno il proprio sapere con la comunità di Riskio Zero.

Diego Coco

POWER INTERNATIONAL SECURITY & INVESTIGATIONS
RISKIOZERO MAGAZINE

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